Magazine – Lorenzo Spurio recensisce l’ultima opera di Myriam De Luca L’invisibile nutrimento Edizione Thule 2020

La poesia di Myriam De Luca

Lorenzo Spurio

Myriam De Luca, poetessa, è nata e vive a Palermo. Per la poesia ha pubblicato le raccolte Esortazioni solitarie (Il Convivio, Castiglione di Sicilia, 2018) e L’invisibile nutrimento (Thule, Palermo, 2020) mentre per la narrativa il romanzo Via Paganini, 7 (Spazio Cultura Edizioni, 2018).Desta una particolare attenzione, sin dall’inizio, la scelta meticolosa ed elegante dei titoli delle sue raccolte di versi. Nella prima di esse – di cui va senz’altro ricordata la prefazione di Sandra Vita Guddo – si legge di Esortazioni solitarie e in tale definizione credo che sia ben riassunto il significato stesso della poesia. Sebbene il suo etimo abbia a che vedere con un processo creativo, vale a dire con un’attitudine dell’uomo volta all’ottenimento di un qualcosa, il prodotto della creazione, ben sappiamo quanto la vera poesia non sia altro che la rivelazione di uno stato emotivo che promana dalle lettere in maniera sorgiva, istintiva, priva di filtri, sistemi di manipolazione o quant’altro. Basterebbero alcuni grandi geni della poesia italiana come Leopardi, ma anche il ligure Montale, a ricordarci come la poesia nasca da una serie variopinta di circostanze e condizioni particolarissime (soggettive s’intende, mai universali, sennò si tratterebbe di una scienza in qualche modo “esatta”) dove spesso si ritrova la solitudine del poeta. È una solitudine che non ha un’accezione istintivamente marcata con un segno negativo, tutt’altro, come pure Wislawa Syzmborska, Premio Nobel per la Letteratura nel 1996 ebbe a sostenere: silenzio e solitudine sono le variabili – se non imprescindibili – senz’altro cruciali e nevralgiche affinché il poeta possa sentirsi a suo agio e respirare con tranquillità, dar libero sfogo, senza condizionamenti, al fluire del suo sentimento interiore. La ragazza che, di spalle, è dipinta in copertina in un’opera della pittrice Cinzia Romano La Duca, mentre assiste a un meraviglioso tramonto, non è forse felice, completa, rassicurata e in pace con se stessa, pur essendo sola e lontana da ogni altra persona? Io credo di sì. Myriam De Luca ben mette in luce questa idea con la sua prima raccolta di versi dove l’aspetto dell’“isolamento” si associa a quello dello spazio creativo, dell’urgenza di ascolto interiore e di lontananza dal caos ma anche e soprattutto con una funzione “urlata” atta a incentivare un discorso perentorio, semmai dialogico, imperniato sull’esortazione. Ricorrendo all’etimo di quest’ultima parola, essa rimanda a un temperamento vigoroso di chi incoraggia, sostiene, perora, conforta, interviene in una causa e, più in generale, chi intima l’altro, inveisce, spinge a far fare, consigliando o inducendo a una scelta, a un comportamento. In ciò si evidenzia – come Sandra Vita Guddo espone nella prefazione – l’importante componente etico-civile della poesia di Myriam De Luca che meglio si localizza proprio in questa prima raccolta.Le tematiche che riaffiorano nelle poesie di questa silloge – inframmezzate da pittoresche foto di Emiliano Milanesi – sono varie a cominciare da uno dei problemi endemici della terra di Sicilia, la mafia, a cui è indirizzata la poesia che apre il volume. Il sottotitolo contiene la dedica al magistrato Falcone, eroe della giustizia sociale. Qui leggiamo “Certo che ce ne sono volute / di stragi e di uomini morti / per svegliare il tacito torpore / di una terra che profuma / di mare e di lupare” (13), si percepisce in questa condanna intrisa di dolore e di fastidio accecante l’insegnamento dell’intellettuale Leonardo Sciascia che tanto scrisse sul fenomeno, tanto in forma di fiction che di giornalismo, da ricevere la definizione di mafiologo. Myriam De Luca con questo testo inclemente ben descrive il binario di sangue che l’organizzazione malavitosa ha prodotto e continua a mietere sotto gli emblemi di una moralità che – come dice – è “ingannevole” (13) e di una depravazione che è – sempre usando sue parole – “mascherata” (13). Si entra in questo libro in punta di piedi con la consapevolezza di trovarsi dinanzi alle fascinose coste siciliane e il dolce odore di zagare quali orpelli modernisti di una terra che per troppo ha vissuto nel dramma, vedendo impastare il sangue con i giorni, il tritolo con l’aria. Attenzione viene posta su altri drammi contemporanei come l’esodo di profughi dalle coste del Maghreb e dall’Asia nel tumulto delle guerre verso la Vecchia Europa, bacino di ricchezze, sede di illuminanti e storiche università e culla di diffuse indifferenze, razzismo e di odi che s’alimentano nel disprezzo e nella bieca ignoranza. La poetessa parla di queste povere vite descrivendole come esseri fugaci, in balia di un vento che le trasporta: sono “vite sospese” (15) e il loro futuro è “agonizzante” (15). Molte di essi – come la cronaca ci ha insegnato – non raggiungono le nostre coste e, lasciata la propria terra in guerra e in stato di gran trambusto, non metteranno più piede sulla terraferma. La condizione degli immigrati e degli esuli, metamorfizzata dal gabbiano che lambisce coste e non abita in maniera stanziale nessuno spicchio di terra, si ritrova anche in una breve lirica dove il senso di spiazzamento e di disorientamento del singolo diviene emblema di una nave in avaria, in apparenza incapace a un possibile abbordaggio: “In questo braccio di mare / attracco l’anima esule” (41)…

[CONTINUA] sulla pagina di Culturelite il social magazine dedicato alla buona cultura in tutte le sue forme del Professore Tommaso Romano.

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