Miserie intellettuali…

Miserie intellettuali come focolari sismici.
Muore l’educazione nelle bocche cieche di chi si professa educatore.
Pugni di parole sudice e insensate umiliano la libertà e sputano disprezzo sul rispetto e sulla dignità di ogni persona.
Che magnifico esempio per i nostri giovani ai quali abbiamo consegnato una società che fa acqua da tutti i lati.
Povera Italia ricoperta da vergogne quotidiane.

Eventi – Il romanzo Via Paganini, 7 di Myriam De Luca, presentato al bistrò del Teatro Massimo a Palermo il 05/12/2018

Presentatrice: Valentina Gueci, critico d’arte.

Interventi di: Claudia Corbari, psicologa; Giovanna Carrozza, attrice; Sandra Guddo, UniPop.

Intermezzi musicali di Roberta Miano, violinista.

(Fotografie di Tiziana Di Vita e Giusina Perna)

Recensioni – La Casa dell’Ammiraglio di Tommaso Romano (CulturelitEdizioni) a cura della scrittrice Myriam De Luca

Il piacere di recensire un libro nasce dalle forti emozioni che esso ti suscita. Myriam De Luca.

Antonino Schiera - Riflessioni d'Autore

Ricevo e pubblico volentieri la recensione che la poetessa e scrittrice Myriam De Luca, ha dedicato all’ultima opera del poeta, scrittore e saggista Prof. Tommaso Romano.

La Casa dell’Ammiraglio è l’ennesimo capolavoro letterario di Tommaso Romano, ascrivibile a un genere di narrativa psicologica ad alto tasso evocativo ed emozionale. Dalla prima all’ultima pagina, l’introspezione e la condizione della mente sono la cifra stilistica di questo romanzo.
Uno stupore sincero per la capacità dell’autore di entrare dentro “le cose”, di non cedere alla perversione dell’infelicità, di camminare alto sulla mediocrità di certe persone, di costruire scale davanti a mura altissime.

Myriam De Luca

L’Ammiraglio abita tre case diverse:
La casa familiare che condivide con la moglie.
La casa di campagna che considera un “naturale prolungamento della casa madre”, dove si annoda con lo spirito della natura e con quello dell’amatissimo padre che, indomito, aleggia tra vigneti e foraggere.
La…

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Mi Presento

Sono Myriam De Luca, nasco a Palermo dove vivo e opero.
Credo fortemente nel valore delle parole, per questo desidero presentarmi con tre parole a me molto care:

Donna
Sono una donna, prima di tutto il resto, che lotta per prendersi quello che è suo, per appartenere solo a se stessa, per difendere la sua anima anche se questo dovesse costarle nemici e solitudine.

Amore
L’amore per mio marito, i miei due figli e il mio cane mi permette di superare ogni mio limite e in loro si coniuga in tutti i tempi il verbo amare.

Scrittura
La scrittura ha sempre rappresentato il mio luogo segreto, protetto, irraggiungibile in cui perdermi e ritrovarmi. Un mezzo di autentica libertà.

Credo che ci sia un tempo per ogni cosa e, forse, proprio per questo il mio romanzo d’esordio Via Paganini, 7 ha preso vita solo nel giugno 2016.
Appena un anno dopo, dal libro viene tratta un’omonima opera teatrale che ottiene un grande successo di pubblico e di critica.
Il teatro è un’altra mia grande passione. Ho studiato recitazione per parecchi anni e ho partecipato a diverse rappresentazioni teatrali.
Nel giugno 2018 il mio figlio cartaceo mi dà un’altra bella soddisfazione: vince la XXVII edizione del Premio Letterario Maria Cristina di Savoia, considerato il Premio Strega dei cattolici.
Anche scrivere in lirica mi piace molto e nel 2018 pubblico la raccolta di poesie Esortazioni Solitarie, ma ancor prima, nel 2017, arrivo finalista al Premio Piersanti Mattarella con la poesia Mafia e sale, dedicata al giudice Falcone. Pubblico nell’ottobre 2020 la raccolta di poesie L’invisibile Nutrimento, Edizioni Thule.
Sono socia onoraria dei Convegni di Cultura Maria Cristina di Savoia,
socia del Rotary Club Palermo Montepellegrino, socia dell’ Ottagono Letterario, dell’associazione Termini d’Arte, socia onoraria del Cenacolo Letterario Italiano.
Gestisco nel cuore di Palermo Alkarah uno spazio eventi e cultura.


La ricerca della bellezza, attraverso l’arte in ogni sua forma, è parte fondamentale della mia vita

Scrivono di me

Myriam De Luca finalista al Premio Piersanti Mattarella 2017

Con carta e penna si può cambiare la propria vita, quella degli altri e le cose che non vanno. Scrivere ti ricorda di non dimenticare te stesso, il senso del dovere e della solidarietà. Scrivere a se stessi, per comprendere che, spesso, nella nostra vita manca il luogo della libertà e della sincerità in cui collocare le nostre emozioni. Questo ho respirato ieri pomeriggio, durante la bellissima premiazione in occasione del premio Piersanti Mattarella 2017 che mi ha vista tra i finalisti. Grazie.

Myriam De Luca                                                                                                    

Premio Letterario – Articolo di giornale

PREMIO LETTERARIO. Vince il riconoscimento dedicato alla principessa di Savoia il romanzo «Via Paganini 7», storia di sofferenza e riscatto

Si classifica al primo posto di un concorso letterario nazionale e devolve i mille e seicento euro del premio all’associazione che o promuove, Myriam De Luca, palermitana, con il suo romanzo «Via Paganini 7» ha convinto le diverse giurie del Premio letterario «Maria Cristina». Un concorso che dal 1963 viene bandito ogni due anni dall’associazione femminile «Convegni di Cultura Maria Cristina di Savoia», riconosciuta dalla competente autorità ecclesiastica, con lo scopo di dare un riconoscimento a scrittori di narrativa contemporanea «sensibili ai valori umani e cristiani».

L’associazione nata nel 1937, con migliaia di iscritte in tutta Italia, ha preso il nome di Maria Cristina di Savoia, figlia di del re Vittorio Emanuele I, morta a 24 anni nel 1836. Timida e riservata regina delle Due Sicilia, moglie del re di Napoli Ferdinando II, nel 2014 la Chiesa l’ha proclamata beata per le sua dedizione verso i più bisognosi.

Si è svolta a Roma venerdì la cerimonia di proclamazione della vincitrice della ventisettesima edizione del premio. Myriam De Luca era tra i cinque finalisti con Maria Rosa Cutrufelli («Il giudice delle donne») , Antonio Manzini («Orfani bianchi»), Chiara Marchelli («Le notti blu»), Elvira Serra («Il Vento non lo puoi fermare»).

Ha convinto la sua storia di sofferenza e riscatto, di violenza e amore. Un sentimento che travalica le generazioni. Viviana, giovane siciliana, è la protagonista del romanzo pubblicato alla fine del 2016 dalla palermitana Spazio Cultura Edizioni. Una giovane che riesce a vincere l’inquietudine e il dolore che le toglie la voglia di vivere, dedicandosi agli altri. La solidarietà e l’amore vincono sulla sofferenza di aver scoperto di essere figlia di una violenza subita dalla madre quindicenne. Al numero 7 di via Paganini, di qui il titolo del libro, si trova il pensionato per «giovani antichi» dei quali Viviana si prende cura. «Non possiamo cambiare le cose che ci fanno soffrire – scrive l’autrice sulla quarta di copertina – ma possiamo evitare che il dolore marcisca dentro di noi».

Laura Grimaldi, Giornale di Sicilia, Edizione di domenica 17 Giugno 2018, p. 31

Via Paganini, 7 Recensione di Francesca Luzzio

Il romanzo di Myriam De Luca, Via Paganini, 7 (Spazio Cultura Edizioni, Palermo, 2016) possiamo definirlo un romanzo di genere psicologico, infatti Viviana, la protagonista, da narratrice omodiegetica, racconta la sua vita, la sua storia, non certo indotta da una volontà di oggettivazione narrativa del suo vissuto, quanto dall’esigenza di chiarire a se stessa le ragioni del suo esistere.

Gli eventi esterni della prima fase della sua vita sono stati motivo di smarrimento e sofferenza, tali da indurla a ricercare se stessa, per capire cosa vuole veramente realizzare, insomma, per esserci nel senso heideggeriano del termine, ossia vivere un’esistenza caratterizzata da un’intenzionalità verso il mondo. Ma quella di Viviana, sarà un’intenzionalità che non conduce all’angoscia della morte, come per Heidegger, ma alla gioia di vivere e morire nel dedicarsi agli altri, nel trovare, porgendo la mano a deboli e indifesi, la ragione di essere hic et nunc.

Viviana vive una situazione familiare che non comprende, che determina in lei un dolore indescrivibile: la madre e in genere tutta la sua famiglia la trattano da estranea, ma tale affermazione è un eufemismo, di fatto la disprezzano e questo le procura una sofferenza tanto più grande, quanto più inesplicabili sono per lei le motivazioni di tale comportamento, né l’affetto patinato del suo fidanzato o quello sincero e autentico di una sua zia o di un’amica riescono ad attenuare in lei la condizione di smarrimento che vive, il progressivo annullamento del suo ego che tutto ciò determina.

Nasce così l’esigenza di cercarsi, di dare una direzione alla sua vita e lo farà attraverso un viaggio che segni un taglio con il passato, e una nuova dimora, Torino, dove, inserendosi nel mondo del lavoro, anche quello più umile, conoscerà altra gente e, nell’iter faticoso dei giorni, troverà nell’amore verso gli altri, verso i sofferenti, anche solo per l’età, come i vecchietti del pensionato dove alla fine lavora, la ragione vera e il senso della sua vita. Né la morte della zia e una sua lettera rivelatrice delle ragioni del disprezzo alterano la sua serenità.

Il viaggio pertanto, come nell’Odissea di Omero o nell’Ulisse di Joyce diventa strumento di conoscenza degli altri e di costruzione della propria identità. Socrate, d’altronde, sosteneva che l’uomo non può che tendere a scoprire quello che è e quello che deve fare per vivere nel modo migliore e conoscere il modo più adatto per essere felice e Viviana, in fondo, fa tutto questo e neppure la cruda verità (l’essere frutto di uno stupro), rivelatrice delle ragioni del disprezzo nei suoi confronti, riesce a turbare l’equilibrio da lei raggiunto: il perdono e l’amore trionfano.

Lo svolgimento diacronico degli eventi fa sì che in genere fabula e intreccio coincidano, ma non mancano feed-back memoriali sollecitati da occasioni che, come la madeleine di Proust, immergono nel passato; ad esempio, il vedere anche la spazzatura “vestita a festa” a causa della neve, ricorda alla protagonista, quando sua madre l’agghindò nel migliore dei modi possibili, per partecipare a una festa di gente che contava, offrendo così alla Viviana adulta e consapevole l’opportunità per scagliarsi contro l’arrivismo della classe borghese emergente.

A livello formale, la scrittrice va alla ricerca di un linguaggio essenziale e pregnante e che nello stesso tempo trasfigura la realtà descritta (ad esempio, la già citata spazzatura “vestita a festa”), rendendola allusiva e polisemica. Ciò ha comportato in genere l’adozione di una dimensione lirica, la realizzazione di pagine nelle quali l’uso di clausole poetiche e il valore fonico delle parole danno consistenza anche emotiva alle vicende narrate e generano, di conseguenza, una sorta di intensa empatia tra lettore e narratrice-protagonista.

A pagina 101 si legge: “Amore che non ha bisogno di parole, amore che si traduce attraverso l’intenso linguaggio degli occhi…, amore che non si aspetta nulla in cambio, amore che non si accorge…, amore che non sa neanche cos’è l’amore…”. Orbene, sono numerosi i periodi che come questo, grazie alle anafore, alle allitterazioni, alle rime o quasi rime, cesellano di poesia la prosa, pertanto non si reputa erroneo sostenere che trattasi in genere di “prosa lirica”.

Francesca Luzzio

Francesca Luzzio, Blog di letteratura e cultura di Lorenzo Spurio
https://blogletteratura.com/2017/12/19/via-paganini-7-di-myriam-de-luca-recensione-di-francesca-luzzio/

VIA PAGANINI 7

di Myriam De Luca

Recensione di Guglielmo Peralta

Sii sempre il meglio di ciò che sei. / Cerca di scoprire il disegno / che sei chiamato ad essere, / poi mettiti a realizzarlo nella vita.

Questi versi con cui si chiude la poesia di Martin Luther King, riportata da Myriam De Luca nel penultimo capitolo del suo romanzo (pagg.173-174), sono indicativi del cammino che la protagonista Viviana è “chiamata” a intraprendere per realizzare quella vita autentica che il dolore, vissuto in prima persona, tende a soffocare facendosi, al tempo stesso, grido di disperazione e voce esortativa, che “chiama” dal fondo della coscienza.
Il progetto di vita nuova, che i versi scolpiscono in un modo categorico e apoftegmatico che ricorda il gnōthi sautón: la massima iscritta nel Tempio di Apollo a Delfi, è il centro attorno a cui ruota la narrazione, perché questo progetto occupa il cuore e la mente di Viviana e la sollecita alla ricerca del sé interiore e del senso del proprio essere nel mondo attraverso la com-prensione del dolore, del male di vivere a lei causato dall’indifferenza e dalla mancanza d’amore dei suoi genitori, della madre, soprattutto.
E sarà proprio l’amore, nel suo stato di completezza, a compensare l’assenza del medesimo nobile sentimento; a infiammarla, a maturarla, a salvarla: un sentimento fortemente desiderato, nato e cresciuto come un bambino, come un figlio, e avvertito e praticato  a 360° con passione e abnegazione.
Ma la via, che guida i passi di Viviana verso il riconoscimento e la pienezza del proprio essere, è il dolore intimo, personale, ed è, soprattutto, la sofferenza degli altri (“Non mi ero mai defilata dalla sofferenza altrui”).
Sono le persone che ella incontra nel suo cammino di trasformazione e di rinascita che le consentono di aprirsi all’amore, di accogliere questo sentimento rivelatore della sua anima, del suo spirito caritativo. Ed è un dare e un ricevere: un arricchimento intersoggettivo, generato dalla condivisione del dolore e frutto dello scambio reciproco e disinteressato degli affetti
È in quel penultimo capitolo, intitolato Macchia e Villa Ferraris, che accade l’agnizione: la rivelazione, la coscienza del disegno che Viviana è chiamata a realizzare, per essere, per vivere una vita autentica.
E nel nome e nel suo diminutivo categorico è segnato il suo destino! Vivere, per lei, diventa una missione, è prodigarsi per gli altri, per i bisognosi d’aiuto, per ridare l’entusiasmo e la voglia di vivere ai suoi “giovani antichi”, per lenire la solitudine di Matteo: il suo dirimpettaio, anziano e paralitico al quale dona il cane Macchia,  quando gli muore Anita, la vecchia cagna, sua unica compagnia e conforto.
È qui, in queste pagine, che l’amore trionfa e il romanzo ha il salto di qualità, perché la scrittura, che nel suo corso e tra le righe ha trattenuto la vena più fluente e più intensa di significati, ora esplode e ci commuove con la ricchezza dei sentimenti.
La tensione, che inizia col rapporto conflittuale tra Viviana e i genitori; che cresce con la “fuga” della ragazza, la quale abbandona la famiglia e Niko, il suo ragazzo, per ritrovare sé stessa; che è scolpita nel dramma del dolore e raggiunge il culmine con lo svelamento della verità, ossia, della causa del disamore e dell’ostilità della madre verso la figlia, si scioglie nel pathos catturando il lettore, il quale aderisce e si sente partecipe di tanta com-passione. Qui, il dolore, con i suoi risvolti negativi, si ricompone e si trasforma nel raggio di luce di quell’amore, che in sé racchiude l’ampio spettro dei sentimenti positivi: solidarietà, rispetto, altruismo, abnegazione, riconoscenza, amicizia, pietà, passione, cura, fiducia, fede in Dio e negli uomini. E a questo climax ascendente, che occupa anche l’ultimo capitolo, Dalla terra al cielo, si aggiungono, a dargli maggiore intensità, la comprensione e il perdono della madre da parte di Viviana, la quale realizza così quel disegno che la impegnerà per tutta la vita dando a quest’ultima senso e valore (“Dedicai tutta la mia vita al mio progetto d’amore”).

È, questo, un romanzo di tras-formazione perché la maturazione di Viviana, la conquista della parte migliore di sé, il raggiungimento di “un equilibrio e un appagamento interiore autonomo” sono il frutto della trasmutazione del dolore nella virtù della carità, ossia, dell’amore, che unisce gli uomini con Dio e tra loro.
S’intuisce, fin dal primo capitolo, che la salvezza è una strada praticabile, perché in Viviana c’è, sì, sofferenza e inquietudine, ma anche determinazione a superarle e la sua voglia di vivere non viene mai meno.
Ella non lascia “marcire” dentro di sé il dolore, il quale, anche se mina i suoi sogni e mostra l’inganno della vita che le appare tragica e infelice, tuttavia, si fa occasione e sprone per il cambiamento, per la realizzazione di “qualcosa di utile e costruttivo”.
E così sul dolore crescono la promessa e la speranza di una vita vera, autentica. La fuga di Viviana è il desiderio di un luogo lontano dalla quotidianità, dalla “normalità”, dall’effimero, dalle false relazioni e apparenze, ma non è mai isolamento, distacco dalla realtà: ella non rompe col suo passato prossimo, perché è su questo passato che costruisce il presente, una migliore condizione di vita, che è esito della sua ricerca interiore, di questo “cammino”, del quale la “fuga” è metafora e “luogo” ideale da cui ricominciare.
Altri luoghi, che la sorreggono, che le danno compagnia e conforto nei momenti più bui, sono i paesaggi naturali: il mare e la spiaggia, soprattutto, e quella “linea d’orizzonte che divide il mare dal cielo” e la sollecita alla meditazione, ad andare lontano dentro di sé e com-prendere che “Dio è dentro di noi senza alcun confine“.

Nella contemplazione della bellezza Dio si manifesta, e anche le piccole cose, apparentemente insignificanti, si fanno accondiscendenti e familiari e acquistano valore se lo sguardo incantato e purificato vi si posa e le coglie nella loro epifania
Così, la scrittura si arricchisce di nuove voci, che parlano nel magico silenzio, in cui solo può avvenire il contatto. E il lettore, attento, è chiamato all’ascolto. E gli viene incontro il linguaggio, che, con la sua semplicità, scava nel profondo facendolo partecipe di verità, di aspetti della vita, che non gli sono estranei e non possono lasciarlo indifferente. Perché vita del mondo, degli altri, di tutti.

Guglielmo Peralta

Via Paganini, 7

di Myriam De Luca

Recensione di Pippo La Barba

MYRIAM DE LUCA, L’ESORDIENTE DALLO SGUARDO PROFONDO

Myriam De Luca, nel suo primo romanzo  “Via Paganini, 7”  compone in modo semplice una storia di riscatto. E’ quella di Viviana che, passando da una esperienza di conflitto e di contrasto connotata da una condizione dolorosa, dopo varie vicissitudini, alla fine riesce a trovare una dimensione gioiosa e accettabile dell’esistenza.

Due sono a mio avviso gli elementi che focalizzano la vicenda: il sogno e l’educazione sentimentale.

In fondo i due elementi hanno un nesso che li accomuna. Il sogno è l’ideale, quello a cui i giovani aspirano venendo spesso in rotta di collisione con dure realtà familiari e ambientali. L’educazione sentimentale è ciò che resta di emozionale e personale dopo lo sconquasso dell’era tecnologica, che ha spazzato via sentimenti e ideali.

In Viviana rimane un sostrato di princìpi e valori che le consentono una via di uscita da una condizione di conflitto.

A me il romanzo è piaciuto soprattutto per questo suo appassionato risvolto sociale, che non è didascalico, ma sicuramente ancorato a una realtà omologata e deprivata delle emozioni, dove il rischio di perdere l’identità è sempre dietro l’angolo.

Va dato atto a Myriam De Luca di aver articolato egregiamente, in forma scorrevole e di facile lettura, una trama che ha un’evoluzione naturale, senza alcun artifizio retorico.

Myriam non ha alcun pregiudizio ideologico, ha una purezza non solo di linguaggio ma anche di narrazione. Per esempio quando descrive lo stato d’animo di un gruppo di anziani che rimpiangono Mussolini.

Pippo La Barba

VIA PAGANINI, 7

di MYRIAM DE LUCA

Spazio Cultura edizioni   ( 2016 )

Recensione a cura di Sandra V. Guddo

Un delicato affresco sulle problematiche giovanili è quello che dipinge Myriam De Luca nella sua opera d’esordio:Via Paganini, 7.

Si tratta infatti di un libro di formazione che interpreta, con rara sensibilità, il disagio dei giovani, costretti a vivere in una realtà omologata, dove i veri valori si sono persi, lasciando spazio alla ricerca di effimere soddisfazioni legate al desiderio di potere e di ricchezza economica.

Ecco che la protagonista del romanzo, Viviana, appare come un’aliena, in quanto è interamente impegnata nel processo di formazione e di costruzione del proprio sé, come coscienza autocritica. Irretita in un groviglio di relazioni affettive che imbrigliano la sua anima in uno stato di perenne sofferenza, Ella va alla ricerca di autenticità, non falsata da miti illusori e liberata da rapporti insoddisfacenti o addirittura dolorosi, come quelli che vive all’interno della sua stessa famiglia, in cui la madre si rapporta con lei in modo crudele e disumano.

Ma anche dal suo Niko, per cui nutre, ricambiata, un sincero rapporto amoroso, si sente incompresa nell’intimità e nella profondità del suo sentire. Il suo lavoro di assistente in uno studio legale, ripetitivo e disumanizzato, non le arreca soddisfazione alcuna. Ecco che allora la fuga da questa realtà le pare l’unica vera via d’uscita, alla ricerca delle sue più profonde potenzialità, rimaste inespresse dentro il contenitore avaro di affetti, di comprensione e di autentici stimoli.

La strada che Viviana sceglierà, anche se densa di amarezze e di delusioni, la condurrà là dove voleva essere; il sostegno di amici veri l’aiuteranno ad accettare verità insospettabili sul suo passato. Troverà infine dentro sé stessa, con l’aiuto della fede, quelle energie e risorse psicologiche necessarie per la realizzazione del proprio Sé.

La voce narrante, espressa in prima persona è quella della stessa protagonista che, con un linguaggio semplice, di uso quotidiano, procede senza sbalzi e con pochi feedback. Ciò, se da un lato rende scorrevole la lettura, dall’altro non impegna il lettore in un serio sforzo di comprensione di quelle tematiche abilmente espresse dall’ Autrice. Tematiche profonde che possono apparire passate di moda in una realtà dove il modo di esprimersi dei giovani d’oggi è spesso impregnato di superficialità e di volgarità che nascondono un vuoto di contenuti e di valori.

Viviana è invece estranea a tutto questo. La sua maturità espressiva ben si concilia con il suo profilo caratteriale ed emozionale che la rende incapace di usare un lessico sbottonato, distinguendosi dalla greppia scalmanata di molti giovani che cercano nella disgregazione dei valori e nell’annullamento della loro personalità, l’evasione e il divertimento da sballo.

La parola, più di ogni altra cosa, è il primo elemento con cui ci rapportiamo con gli altri: è la nostra carta di identità! Il linguaggio che utilizza Viviana riflette il suo mondo interiore, sensibile e ricco di valori morali fortemente umanitari e solidali. Non c’è scollamento tra il suo modo di porgersi agli altri ed il suo modo di essere. A tal proposito, Vittorio Lo Jacono   afferma, nella sua prefazione al romanzo: “Myriam, a tratti con la sua maniera sorniona di schernire i sentimenti , ha avuto la capacità – tramite le pagine del suo libro –  di invitarci a riflettere, di portarci con sé facendoci provare le stesse emozioni che lei stessa sente donandoci la sensazione di viverle e condividerle, e coinvolgendoci nel rapporto empatico di chi scrive un romanzo. E’ un vivere queste emozioni sino in fondo, esortandoci a cercare, in un percorso interiore, qualcosa che ci aiuti a comprendere fortemente le vicissitudini della vita. “

Il   naturale interesse di Viviana per gli anziani che, in qualche modo, la allontana dai suoi coetanei, probabilmente nasce, proprio dall’esigenza di mantenere un tipo di linguaggio scevro da ogni volgarità. E in ciò consiste il punto di forza di questo romanzo che, se a prima vista, può sembrare un romanzetto d’evasione, cela messaggi   fondamentali, come ben sottolinea Antonino Cangemi “ sono tanti messaggi che la De Luca ci trasmette con Via Paganini, 7, ma quello dell’amore per il prossimo inteso in senso autenticamente cristiano è il messaggio più forte ( … ) .

A me invece piace ricordare quello che Faustina, l’amica di Viviana, più grande di lei di parecchi anni, le rivolge in un momento di sconforto (pag.120 ) “ Non possiamo cambiare le cose che ci fanno soffrire ma possiamo evitare che il dolore marcisca dentro di noi. Un dolore marcio è una delle più subdole diossine che paralizza le nostre emozioni, facendoci vivere come morti in corpi che si muovono. Sta a te trovare un posto in cui sistemarlo, affinché non marcisca e convivere insieme ad esso trovando un senso, uno scopo che vi faccia sentire complici, non nemici.”

E Viviana saprà sistemare il suo dolore e trasformarlo in solidarietà verso tutti e verso gli anziani in particolare.

Nel complesso la narrazione, strutturalmente semplice, è in netta contrapposizioni con le odierne linee editoriali che si nutrono spesso di storie d’effetto ma prive di valori. Per questo un plauso va rivolto anche a chi ha edito il libro e curato la bellissima veste grafica che sorprende per la fresca immagine di copertina.

Sandra   V. Guddo

Via Paganini, 7 Recensione di Francesca Luzzio

Il romanzo di Myriam De Luca, Via Paganini, 7 (Spazio Cultura Edizioni, Palermo, 2016) possiamo definirlo un romanzo di genere psicologico, infatti Viviana, la protagonista, da narratrice omodiegetica, racconta la sua vita, la sua storia, non certo indotta da una volontà di oggettivazione narrativa del suo vissuto, quanto dall’esigenza di chiarire a se stessa le ragioni del suo esistere.

Gli eventi esterni della prima fase della sua vita sono stati motivo di smarrimento e sofferenza, tali da indurla a ricercare se stessa, per capire cosa vuole veramente realizzare, insomma, per esserci nel senso heideggeriano del termine, ossia vivere un’esistenza caratterizzata da un’intenzionalità verso il mondo. Ma quella di Viviana, sarà un’intenzionalità che non conduce all’angoscia della morte, come per Heidegger, ma alla gioia di vivere e morire nel dedicarsi agli altri, nel trovare, porgendo la mano a deboli e indifesi, la ragione di essere hic et nunc.

Viviana vive una situazione familiare che non comprende, che determina in lei un dolore indescrivibile: la madre e in genere tutta la sua famiglia la trattano da estranea, ma tale affermazione è un eufemismo, di fatto la disprezzano e questo le procura una sofferenza tanto più grande, quanto più inesplicabili sono per lei le motivazioni di tale comportamento, né l’affetto patinato del suo fidanzato o quello sincero e autentico di una sua zia o di un’amica riescono ad attenuare in lei la condizione di smarrimento che vive, il progressivo annullamento del suo ego che tutto ciò determina.

Nasce così l’esigenza di cercarsi, di dare una direzione alla sua vita e lo farà attraverso un viaggio che segni un taglio con il passato, e una nuova dimora, Torino, dove, inserendosi nel mondo del lavoro, anche quello più umile, conoscerà altra gente e, nell’iter faticoso dei giorni, troverà nell’amore verso gli altri, verso i sofferenti, anche solo per l’età, come i vecchietti del pensionato dove alla fine lavora, la ragione vera e il senso della sua vita. Né la morte della zia e una sua lettera rivelatrice delle ragioni del disprezzo alterano la sua serenità.

Il viaggio pertanto, come nell’Odissea di Omero o nell’Ulisse di Joyce diventa strumento di conoscenza degli altri e di costruzione della propria identità. Socrate, d’altronde, sosteneva che l’uomo non può che tendere a scoprire quello che è e quello che deve fare per vivere nel modo migliore e conoscere il modo più adatto per essere felice e Viviana, in fondo, fa tutto questo e neppure la cruda verità (l’essere frutto di uno stupro), rivelatrice delle ragioni del disprezzo nei suoi confronti, riesce a turbare l’equilibrio da lei raggiunto: il perdono e l’amore trionfano.

Lo svolgimento diacronico degli eventi fa sì che in genere fabula e intreccio coincidano, ma non mancano feed-back memoriali sollecitati da occasioni che, come la madeleine di Proust, immergono nel passato; ad esempio, il vedere anche la spazzatura “vestita a festa” a causa della neve, ricorda alla protagonista, quando sua madre l’agghindò nel migliore dei modi possibili, per partecipare a una festa di gente che contava, offrendo così alla Viviana adulta e consapevole l’opportunità per scagliarsi contro l’arrivismo della classe borghese emergente.

A livello formale, la scrittrice va alla ricerca di un linguaggio essenziale e pregnante e che nello stesso tempo trasfigura la realtà descritta (ad esempio, la già citata spazzatura “vestita a festa”), rendendola allusiva e polisemica. Ciò ha comportato in genere l’adozione di una dimensione lirica, la realizzazione di pagine nelle quali l’uso di clausole poetiche e il valore fonico delle parole danno consistenza anche emotiva alle vicende narrate e generano, di conseguenza, una sorta di intensa empatia tra lettore e narratrice-protagonista.

A pagina 101 si legge: “Amore che non ha bisogno di parole, amore che si traduce attraverso l’intenso linguaggio degli occhi…, amore che non si aspetta nulla in cambio, amore che non si accorge…, amore che non sa neanche cos’è l’amore…”. Orbene, sono numerosi i periodi che come questo, grazie alle anafore, alle allitterazioni, alle rime o quasi rime, cesellano di poesia la prosa, pertanto non si reputa erroneo sostenere che trattasi in genere di “prosa lirica”.

Francesca Luzzio

Francesca Luzzio, Blog di letteratura e cultura di Lorenzo Spurio
https://blogletteratura.com/2017/12/19/via-paganini-7-di-myriam-de-luca-recensione-di-francesca-luzzio/