Magazine – La giornalista Marianna La Barbera recensisce l’ultima opera di Myriam De Luca L’invisibile nutrimento Edizione Thule 2020.

La giornalista Marianna La Barbera autrice della recensione


Nuova opera in versi per l’autrice palermitana Myriam De Luca

La nuova maturità letteraria e personale, l’approdo alla consapevolezza emotiva, la volontà di sperimentare le sfide della vita all’insegna di una libertà interiore conquistata lungo il cammino e intensamente coltivata attraverso fasi di smarrimento, risalite, stupore e curiosità.

La terza, per esattezza, dopo il brillante romanzo d’esordio dal titolo “Via Paganini,  7” – dal quale è stata tratta la fortunata e omonima opera teatrale, apprezzata da pubblico e critica – e la silloge poetica “Esortazioni Solitarie”, edite rispettivamente nel 2016 e nel 2018. I versi de “L’invisibile nutrimento” raccontano una donna colta in un momento di transizione, sospesa tra le ombre del passato e la dimensione presente: lo sguardo cristallino della poetessa, tuttavia, volge verso un “oltre” che parla al lettore di futuro e rinascita, della necessità di cambiare non per piacere agli altri ma per trovare accordo con se stessi e pacificarsi, in un mondo dominato da inquietudini e ossessioni urbane che rischiano di disumanare l’individuo fino a privarlo della coscienza di sé, del proprio valore e dei propri valori. Myriam De Luca è un’autrice capace di far parlare la vita di ogni giorno attraverso i versi che scrive, incastonando le parole in scenari naturali di grande bellezza, dipinti con pennellate vivide ma delicate. Tra nuvole maestose, coste ventose e foglie rigogliose, lei si muove con grazia conducendo il lettore attraverso montagne, cieli limpidi e piogge autunnali  e inducendolo  a soffermarsi sul senso dei desideri e delle cose. Lucido e inquieto, l’universo espressivo dell’autrice si connota per la felice coincidenza tra l’armonia dei versi e la capacità “pittorica” di descrivere l’ambiente circostante all’insegna di un’essenzialità davvero esemplare, che svela la donna ancora prima che la poetessa. La fragilità diventa punto di forza congiuntamente alla presa di distanza da tutto ciò che è apparenza, vacuità, ipocrisia; i sentimenti e le emozioni sono manifestati con pudore ma con decisione e generosità : “vorrei che l’umiltà raccontasse della mia forza e la libertà ricordasse il mio sorriso”, si legge nell’emozionante “Quando non ci sarò più”. Tra l’autrice e il lettore si determina una sorte di “idem sentire” fondato non tanto sulla similitudine dei rispettivi vissuti, bensì sui tratti di universalità che la prima è capace di imprimere a ogni singola parola, trasformando esperienze intimamente personali in segmenti di vita nei quali ognuno può riconoscersi.

Suzanne Vega (fonte Wikipedia)

“Emozione senza ragione” è la più riuscita tra tutte le poesie della silloge: un piccolo capolavoro che rimanda, nella perfezione espressa, alle canzoni di Suzanne Vega e alla loro dimensione circolare. “L’amore non è sempre giusto” , si legge, ma ha un senso, seppure “disordinato”, sintetizzato mirabilmente in “Attimi di eterno”. Non mancano i riferimenti alle angosce tipiche della temporaneità attuale: in tal senso, “Quale fede?” rappresenta una riflessione molto dubbiosa e tormentata sul ruolo delle religioni e sulla conflittualità che esse determinano se vissute come ristoro rapido del pensiero e del sogno, all’insegna di una sorta di follia collettiva che poco ha a che vedere con la spiritualità e la sacralità…

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